Correlazioni fra Colori Proibiti e Confessioni di una Maschera

Com’è naturale, ogni qual volta leggiamo un romanzo tendiamo a renderlo “nostro”, a interiorizzarlo, ad appropriarci illecitamente di certe scene che evocano in noi sensazioni particolari, a modellarlo a nostro piacimento e deviarlo a seconda della nostra essenza.
Colori Proibiti ben si presta ad essere sottoposto a questo processo di trasformazione, in quanto è un romanzo caratterizzato da un intreccio complesso e da scene molto suggestive, che lasciano al lettore ampio spazio per fantasticare. La sua preziosità sta proprio nella caratteristica di essere un terreno fertile che consente al pubblico di coltivare la propria immaginazione, prendendovi parte in prima persona, permettendogli di modellarlo e idealizzarlo.

D’altra parte, leggendo l’autobiografia ci si accorge di quanto in realtà questo romanzo rispecchi la vita e l’interiorità dell’autore. Risulta quindi necessario che l’interlocutore, al fine di godere di una prima lettura del romanzo del tutto personale, senza influenze esterne che lo condizionino e ostruiscano il flusso della sua inventiva, anteceda la lettura del romanzo a quella dell’autobiografia.
Infatti Confessioni di una Maschera rappresenta una vera e propria chiave di lettura, poiché contiene gli elementi necessari a decodificare, sviscerare e comprendere a pieno i temi salienti di Colori Proibiti. Tuttavia, sebbene il primo sia stato pubblicato precedentemente al secondo, invertendo l’ordine di lettura l’interlocutore potrà trarre un duplice beneficio: in prima battuta sarà in grado di percepire il romanzo in modo soggettivo, seguendo i propri gusti e inclinazioni personali; mentre, successivamente alla lettura dell’autobiografia, sarà costretto ad assimilarlo sotto la lente dello scrittore che ne condizionerà irrimediabilmente l’approccio.

Iniziamo ora ad esaminare i temi che accomunano le due narrazioni.

Il primo elemento presente in entrambi i romanzi è il mare. Non è un caso che Yuichi, personaggio principale di Colori Proibiti, venga presentato per la prima volta al lettore come un giovane che nuota nel mare agitato sfidando le onde turbolenti. All’immagine del bellissimo corpo nudo dell’adolescente che, emergendo dalla spiaggia, si erige in tutta la sua possente virilità, si accosta il durevole fascino che il mare esercita agli occhi di Mishima. L’autore ne è misteriosamente attratto perché lo vede inaccessibile, in quanto egli non sa nuotare, e fatale, riconoscendo in esso la morte.
Per meglio dire, Mishima si figurava il mare come un vero e proprio corpo umano che venisse trucidato e martoriato. Come descritto in Confessioni di una Maschera, le onde lanciavano in aria alti spruzzi simili a bianche mani levate a chiedere aiuto, l’enorme mannaia del mare che, librata e pronta a colpire gli scogli, alzava un bianco zampillo di sangue, il corpo dell’onda che inseguiva la propria testa mozza mentre di ritraeva, paragonano il mare a un corpo astratto in cui la schiuma è il sangue e nella cresta dell’onda si riconosce un capo staccato dal corpo.

Un altro elemento evidente è come il personaggio di Yuichi sia perfettamente riconducibile a Omi, l’adolescente amato da Mishima.
Il primo viene descritto come un giovane incredibilmente bello, dal collo maestoso, il petto ampio, le braccia tornite, un busto sodo e immacolato che si affinava in un ventre piatto e gambe virili e salde come spade, con denti bianchi da carnivoro. Allo stesso modo, negli occhi di Omi lampeggi l’ardita risolutezza del mortale che sfida gli dèi, con braccia forzute, un’opulenza di peli sotto le ascelle a dimostrazione della sua virilità, le spalle gonfie, il sangue che gli scorre gagliardamente nelle vene, le labbra dalla linea armoniosa e mascelle robuste. Il suo copro pare un omaggio alla gioventù e alla supremazia, in cui spiccano violenza e sovrabbondanza di forza vitale.

Altro tema ricorrente è l’amore per l’antica Grecia. Mishima paragona Yuichi a un Apollo di bronzo della scuola del Peloponneso; una vera e propria opera d’arte che costringe chi lo guarda al silenzio. Invece in Confessioni di una Maschera l’autore sovrappone al suo insegnante di geometria la visione d’una statua di Eracle nudo, e le crespe formatesi nei vestiti di lui gli paiono dei fasci muscolari dell’«Ercole che tende l’arco». D’altra parte, quando dorme Yuichi dà di sé l’immagine di un Endimione, il mito greco che Zeus fece sprofondare in un sonno perenne in modo da conservare la sua giovinezza in eterno.
In aggiunta Colori Proibiti presenta riflessioni sulle aspirazioni della vita prendendo come esempio il mito di Ippolito di Euripide: questi desiderava vivere a lungo insieme agli amici occupando solo il secondo posto nella società, poiché la perfetta felicità risiede in ciò che non presenta pericoli. Il mito di Ippolito è ricorrente anche nella critica a Phèdre, tragedia francese scritta in cinque atti che riporta la storia ellenica: in questo caso Yuichi viene definito un Hippolyte, protagonista della tragedia nonché personaggio della mitologia greca che prova repulsione nei confronti delle donne.

Di singolare rilievo è la riflessione sullo studio di Hirshfeld sull’omosessualità, che riconosce due categorie distinte: gli androfili, persone attratte solo dagli adulti, e gli efebofili, che prediligono i giovani dai quattordici ai vent’anni. Nell’autobiografia Mishima spiega che il termine efebo deriva dalla stessa parola greca che appare nel nome di Ebe, figlia di Zeus e di Era e moglie di Eracle. Egli stesso cominciava già a comprendere i sentimenti per gli efebofili in quanto, negli anni di liceo, si infatuò di un bel giovane non ancora diciassettenne; esattamente come Yuichi si innamora del diciassettenne Minoru.

Una particolare analogia tra i due romanzi è il perdono. Nell’autobiografia Mishima spiega che due anni dopo aver rifiutato di sposare Sonoko in quanto omosessuale, rincontra la ragazza per puro caso. Tra i due inizia una piacevole conversazione da cui deduce con sgomento che lei lo aveva perdonato per non averla amata. Si sentì allora raggirato e tradito da questo inaspettato perdono disinteressato; desiderò invece essere insultato per lenire in qualche modo il dolore e il senso di colpa che lo laceravano interiormente.
Allo stesso modo Yasuko, moglie di Yuichi, dopo aver scoperto l’omosessualità di quest’ultimo, anziché dimostrargli un aperto disprezzo fu mossa da sincera comprensione nei confronti del marito. Il sorriso con cui lei lo accolse e il tono estremamente gentile che usava per pronunciare parole di compassione, urtarono Yuichi ferendolo nel profondo, tanto da suscitargli un desiderio di vendetta nei sui confronti.

Altra componente su cui Mishima si sofferma è la lontananza. In questo caso si nota la sovrapponibilità del legame dello scrittore e Sonoko con quello di Yuichi e la signora Kaburagi.
Quando l’autore racconta l’impatto psicologico che gli procurò il trasferimento di Sonoko, scrive che «una persona separata da un’altra nel tempo e nello spazio assume una qualità astratta». Questa condizione risulta però essere nefasta perché lo induce ad elevare la figura della ragazza e a idealizzarla, facendogli nutrire dubbi sulla sua natura omosessuale e illudendolo di poter provare veri sentimenti d’amore nei confronti di una donna.
Il medesimo concetto viene ripreso in Colori Proibiti quando, in seguito al trasferimento della signora Kaburagi, il giovane protagonista ripensa a lei che, attraverso la sua assenza, aveva acquisito una bellezza estranea a questo mondo.
La distanza prolungata nel tempo diventa per Mishima un’illusione che conferisce una qualità astratta alla persona da cui siamo divisi.

Un fattore che svolge un ruolo chiave per la comprensione dei romanzi, non solo i due in esame ma più in generale tutti quelli prodotti da Mishima, è la precarietà delle sue condizioni di salute che lo portò a desiderare ferocemente il sangue, la tragedia e la morte.
A soli dodici anni di età gli venne diagnosticata un’anemia, il suo pallore si acuì e sempre più spesso gli capitava di perdere i sensi. Come egli stesso scrive nella sua autobiografia, l’innata deficienza di sangue gli aveva instillato l’impulso di sognare spargimenti di sangue. Quest’idea si fece sempre più radicata in lui, tanto da divenire un’ossessione.
Non a caso da bambino prediligeva i racconti in cui il principe veniva trucidato morendo dissanguato. Addirittura aveva preso l’abitudine di copiare le immagini di un fascicolo di avventure modificandole a seconda del proprio gusto: disegnava una ferita d’arma da fuoco a una mammella o un equilibrista schiantatosi a terra giacente morente col cranio spaccato e la faccia intrisa di sangue.
Un giorno questa ossessione sfociò nel sogno di un banchetto cannibale in cui la vittima sacrificale era un suo compagno di classe: Mishima sognava il corpo nudo del giovane adagiato su un vassoio d’argento con foglie di insalata disposte ai lati; con colpo sicuro gli trafisse il cuore e venne investito in piena faccia da uno zampillo di sangue. Successivamente, servendosi di forchetta e coltello, iniziò a tranciarne la carne del petto a fettine.
Nel periodo di pubertà lo affascinava in particolar modo l’immagine di San Sebastiano di Guido Reni, il giovane legato nudo con i polsi stretti sopra il corpo sui cui fianchi erano conficcate delle frecce che, addentrate nella carne polposa e fragrante, lo consumavano. Nell’immagine il sangue non sgorga ancora poiché la scena è appena precedente al dissanguamento.

A questi aneddoti si riconduce l’impressionante parto di Yasuko, in cui l’autore volutamente si sofferma nei dettagli dell’operazione fatta dal chirurgo mentre effettua un’incisione per far uscire la neonata dal ventre materno. «Nel momento in cui il sangue zampillò, la complessa parte interna di Yasuko, di color rosso scarlatto, si rivelò apertamente alla vista del marito. Yuichi stava di fronte al corpo della moglie, la cui pelle veniva strappata a quella maniera e mostrava senza reticenze ciò che aveva dentro». L’interno di Yasuko viene descritto come un sistema di innumerevoli gioielli lucenti, rossi e umidi organi soffici immersi nel sangue sotto la pelle. Molto violenta e cruda è anche la scena in cui il chirurgo adopera il forcipe affondandolo all’interno della melma di carne, fino a quando la mano metallica non individuò la testa della bambina e il pallido addome di Yasuko iniziò a muoversi spinto da dentro.

Arriviamo ora a uno dei due grandi complessi di Mishima: la morte.
All’età di quattro anni l’autore visse l’esperienza della morte a cui seguì, per così dire, una resurrezione. A seguito di un grave malore gli venne iniettata una serie di disperate punture di canfora e glucosio, tuttavia le pulsazioni del suo piccolo corpicino divennero pressoché impercettibili. I familiari stavano già preparando il funerale e i parenti arrivarono in massa per dare le condoglianze, quando comparve dell’urina sui suoi indumenti, segno che il cuore aveva ripreso a battere. Ben presto la malattia diagnosticatagli come autointossicazione divenne cronica ed egli dovette affrontare diverse crisi che lo fecero sfiorare la morte più volte, come afferma in Confessioni di una Maschera. Tali condizioni di salute lo portarono a sviluppare, nel corso degli anni, l’idea della morte come uno scopo di vita. Per questo motivo Mishima guarda alla morte con entusiasmo: anziché considerarla una fine tragica o una fase drammatica e paurosa della vita, essa diviene per lui una liberazione, il suo unico scopo attorno al quale gravita la sua intera esistenza. Non c’è da stupirsi se fece di questa ossessione – che ormai lo aveva pervaso cavillosamente, corrompendolo e modellandolo fin dai primi anni di vita – una realtà attraverso il suicidio. La macchina della morte si era azionata nel Mishima bambino e, come una palla che rotola in un pendio, aveva acquisito sempre più velocità nell’adolescente fino a divenire irrefrenabile nell’adulto. Non è un caso se quasi tutte le sue opere sono caratterizzate da finali tragici o dalla cornice letterale della morte, che ne avviluppa l’intreccio come un collante.
Le prime manifestazioni si verificarono già in tenera età. Vi era una fiaba in particolare che lo appassionò a tal punto ch’egli volle modificarne il finale per renderla più conforme ai suoi gusti: nella versione originale il protagonista veniva divorato dal drago finendo a pezzi ma, grazie a una magia improvvisa, subito fu ricomposto e riuscì a liberarsi dalle fauci tornando in vita senza «un minimo sgraffio su alcuna parte del corpo». Lo scrittore modificò quest’ultima parte in: «il giovane fu ridotto letteralmente in briciole, allorché si accasciò al suolo e morì immediatamente».
Quando invece vedeva le truppe dei soldati passare davanti al cancello di casa, si meravigliava del loro destino e sognava ad occhi aperti il modo in cui sarebbero deceduti.

L’autore riflette questa sua caratteristica in Colori Proibiti, dal momento che anche Yuichi anela a un omicidio per raggiungere la felicità. Quando Minoru gli propone di fuggire con i soldi che aveva rubato dalla cassaforte del suo patrigno, Yuichi rimane deluso da questa soluzione banale e risolutiva che non ambiva alla tragedia bensì a una tranquillità idilliaca. Tra i suoi ragionamenti troviamo il seguente: «Ah, se almeno quest’idiota avesse avuto il coraggio di uccidere il suo patrigno! Se lo avesse fatto, mi sarei inginocchiato ai suoi piedi».
L’idea della morte viene ripresa più volte nel romanzo dacché l’autore sottolinea spesso che la bellezza del protagonista è da considerarsi un’opera d’arte e, in quanto tale, è destinata alla tragedia. Se la vita di Yuichi non fosse finita in una catastrofe, sarebbe stata l’adolescenza stessa a dover morire al suo posto.

L’altro complesso di Mishima è vivere la vita come una finzione. Essa è una derivata della componente omosessuale che fin dalla pubertà lo fece sentire un adolescente diverso dagli altri, procurandogli varie crisi d’identità; tant’è vero che, al fine di comprendere il proprio dramma interiore, all’alba dei suoi vent’anni s’interessò agli studi dei più noti sessuologi della sua epoca, tra i quali Hirshfeld, che cita spesso nell’autobiografia.
Il suo primo amore fu appunto un compagno di classe della scuola primaria, e anche negli anni successivi continuò a manifestare interessi esclusivamente per gli uomini. Benché la sua passione per il sesso maschile gli procurasse un impatto violento con la realtà in quanto incongruo con le convenzioni sociali, la prima crisi psicologica avvenne soltanto qualche anno più tardi.
Alla presa di coscienza della sua inversione (come egli stesso la chiama nell’autobiografia), segue quella che lo scrittore definisce una disperata recita: cerca in tutti i modi di conformarsi alle inclinazioni dei suoi coetanei, ostentando interesse per le donne; così si vede trasformato in un attore che quotidianamente interpreta un ruolo ponendo una maschera tra il suo vero io e il ragazzo che vuole apparire agli occhi altrui. Si perfezionò sempre più nell’arte d’ingannarsi, come testimonia nel romanzo: «Al fine d’illudermi che questo desiderio fosse passione animale, dovetti intraprendere un travestimento complesso del mio vero io. Il senso incosciente di colpa risultante da questa finzione esigeva ostinatamente ch’io recitassi una parte finta e cosciente».
A ventun anni si innamora per la prima volta di una ragazza, ma questo è un amore platonico e spirituale che gli imperversa il cuore escludendo il corpo. È allora che si manifesta la prima crisi interiore dell’autore, che gli procura un’enorme sofferenza destinata a trascinarsi negli anni avvenire. In Confessioni di una Maschera, Mishima afferma a più riprese quanto fondamentale fosse per lui riuscire a desiderare fisicamente, oltre che mentalmente, quella ragazza che sembrava essere l’unica via per la felicità. Tuttavia quella bramosia d’amore e di passione tanto agognata si risolveva sempre in un nulla di fatto: a causa del tempo e della distanza, il desiderio di rivedere Sonoko si fece sempre più urgente e di pari passo accrebbe la sua devozione per lei, ma quando finalmente poteva stringerla tra le braccia, gli pareva di esser mosso da un amore quasi fraterno nei suoi riguardi.
Il suo grande disagio interiore sta proprio nel fatto che la sua inversione non superava la sessualità, quindi anche l’eccitamento destato in lui da un efebo attraente si fermava al limite del desiderio carnale. Al contrario, la sua anima apparteneva a Sonoko ma non si spingeva oltre, incapace di scaturire in lui un coinvolgimento fisico.
Come riportato in Confessioni di una Maschera: «posso ricorrere al diagramma medievale della lotta fra anima e corpo che rende chiaro il mio pensiero: c’era in me uno spacco, puro e semplice, fra spirito e carne. Sonoko mi appariva la personificazione del mio amore della normalità, del mio amore delle cose sello spirito, del mio amore delle cose imperiture».
Molto significativa è la scena in cui l‘autore contempla la bellezza di un giovane che suscita in lui un forte desiderio sessuale, e d’improvviso sente la voce di Sonoko che lo riporta brutalmente alla realtà, demolendo l’impalcatura della finzione a cui si era sottoposto fino ad allora. Il seguente passaggio ci aiuta a comprendere meglio il suo dramma interiore: «In quell’attimo qualcosa dentro di me fu strappato in due parti con violenza brutale. Pareva che un fulmine fosse caduto spaccando un albero vivo. Udii crollare pietosamente al suolo l’edificio ch’ero andato costruendo finora con tutte le mie forze, pezzo per pezzo. Mi sembrò di aver assistito all’istante in cui la mia esistenza era stata trasformata in qualche specie di orrendo non-essere».

Colori Proibiti è molto autobiografico sotto questo aspetto. Esattamente come Mishima, Yuichi accetta di sposarsi sebbene non nutra alcun desiderio nei confronti delle donne. Sceglie così di vivere la sua intera esistenza fingendosi un adultero seduttore che tradisce la moglie con svariate amanti, quando in realtà i suoi veri impulsi sono omosessuali. L’autore esprime attraverso la bocca del protagonista la sua reale situazione, come riporta nelle confidenze che Yuichi fa a Shunsuke: «non faccio che chiedermi perché non abbia mai desiderato una donna. […] Perché non sono come gli altri, perché i miei amici non avvertono come me una separazione netta tra il desiderio carnale e lo spirito?». Oppresso dalle convenzioni sociali, da un fidanzamento d’interesse e dalla volontà della madre che tanto desiderava dei nipoti, Yuichi vive un totale smarrimento e si lascia plagiare da Shunsuke, il quale approfitta della vulnerabilità del ragazzo per far sì che egli diventi la sua opera d’arte.
Nel romanzo Mishima mette in estrema evidenza la caratteristica della finzione, non soltanto per mezzo di telefonate in cui Shunsuke dispone a Yuichi istruzioni ben precise sui comportamenti da adottare e scenari da costruire, ma anche fornendo al lettore prove tangibili affinché tale recita venga materializzata. A tal fine nella successione dei fatti viene inserita una lettera, contenente il piano diabolico di Shunsuke, che trasformerà il protagonista nello strumento di vendetta attraverso il quale riuscirà a riscattarsi dei rifiuti e delle umiliazioni subite in gioventù. In questo modo anche Yuichi abdica alla libertà di vivere la vita nella sua pienezza, trasformandosi in un non-essere.

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